TIPI(di)GRAFIE

martedì 22 aprile 2008

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02.06.02
teoria in pillole da un’idea del prof. Roberto Masiero

Anche gli architetti si trovano alle prese con il problema della classificazione di libri, riviste, dispense, ma soprattutto repertori aziendali. E’ un problema trasversale a tutte le categorie professionali; qualche suggerimento utile, che troviamo in una delle raccolte di scritti di G. P. (con, in appendice, una considerazione sulla globalizzazione nascente).
ja



















Pensare/Classificare, Georges Perec, Rizzoli, Milano, 1989 (ed. originale Penser/Classer, 1985)
























































































giovedì 10 aprile 2008

Citazioni


















Mario Botta
Museo D’Arte Moderna a San Francisco, USA
1989-1995
Con Hellmuth, Obata & Kassabaum, SF

Progetto
1989/90-1992

Realizzazione
1992-1995

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Mentre sono al telefono guardo dalla finestra in direzione del centro, verso il parco e il San Francisco Moma, a forma di gigantesco umidificatore, con uno scorcio del fiume e delle colline.


Dave Eggers, L'opera struggente di un formidabile genio, Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2002 (ed. originale 2001), pag. 269

sabato 5 aprile 2008

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31.05.02

teoria in pillole da un’idea del prof. Roberto Masiero


Continua la Rassegna J. G. Ballard.


Un gioco da bambini
La vita dorata
in un quartiere recintato nel corso degli anni '80 viene bruscamente interrotta dalla morte di tutti gli adulti e dalla scomparsa dei relativi figli, tra i 6 ed i 17 anni di età.
Dove sono finiti ?
Si scoprirà che quella vita non era poi così dorata, e che forse i piccoli – ma tali solo anagraficamente – avrebbero desiderato anche qualche piccolo scontro verbale, qualche piccola diatriba, con i propri genitori.
Un'inquietante racconto, in forma di promemoria professionale (l’io narrante e' uno psichiatra, consulente della
polizia), che esplora il lato oscuro del benessere contemporaneo.

L'isola di cemento
Un architetto (curiosa coincidenza…), percorrendo un grande svincolo autostradale, subisce un incidente automobilistico, scivola nella grande
aiuola verde – lo spazio di risulta… - tra le varie bretelle di svincolo e… non riesce più ad uscirne.
Come un naufrago, deve rassegnarsi e riorganizzarsi dei ritmi di vita: incontrerà anche il suo Venerdì, nelle veci di un barbone che trova rifugio notturno in uno sfasciacarrozze nelle vicinanze dell’isola, e che di giorno batte lo svincolo: gli incidenti ed i relativi abbandoni di auto sono molto più numerosi di quanto non si pensi.
Naturalmente, il naufrago riuscirà ad abbandonare l’isola, ma non prima di aver viaggiato attraverso un percorso iniziatico che gli mostra un mondo alternativo al suo.

ja











Un gioco da bambini,
Anabasi, Milano, 1992 (ed. originale 1988)
L’isola di cemento,
Anabasi, Milano, 1993 (ed. originale 1974)



da L’isola di cemento





























































domenica 30 marzo 2008

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27.05.02

teoria in pillole da un’idea del prof. Roberto Masiero

In Condominio si esamina la vita all’interno di un grattacielo. La pubblicità trionfante esalta le magnificenze della vita all’interno di una macchina per abitare completamente autonoma, con i suo negozi, centri sportivi, luoghi di ritrovo: un eden in terra. Ma nel giro di pochi mesi, pur all’interno di un gruppo sociale apparentemente compatto ed omogeneo – la fascia dei ricchi professionisti e della borghesia moderna – riemergono i sottog
ruppi, le fazioni, le ostilità: i 40 piani del grattacielo si dividono in tre fasce, riproponendo il proletariato, la classe media e l’aristocrazia. L’incapacità di comunicare porta alla degenerazione civile, ed all’esplodere di lotte intestine. La guerra civile in sedicesimo. Naturalmente, ogni riferimento alle macchine per abitare di architettonica memoria è puramente casuale.
ja

















Condominio, J. G. Ballard, Anabasi, Milano, 1994 (ed. originale 1975)

capitolo 5

La città verticale (pagg. 62-67)

Indipendentemente dai piani che avrebbe escogitato per la sua ascesa, o dalla via che avrebbe scelto per arrivare in vetta, a Wilder fu presto chiaro che, con gli attuali ritmi di erosione, del grattacielo sarebbe rimasto ben poco. Quanto ai servizi, quasi tutto quello che poteva rompersi si era ro
tto. Aiutò Helen a rimettere in ordine l'appartamento e, tirando su tutte le tapparelle e muovendosi rumorosamente per casa, cercò di far entrare un po' di vitalità nel letargo della sua famiglia. Wilder faceva fatica a rianimarli. Ogni cinque minuti l'aria condizionata smetteva di funzionare e, nella calura estiva, l'appartamento si riempiva di aria stagnante. Notò che cominciavano a considerare normale quell'atmosfera fetida. Helen gli raccontò di aver sentito dire da altri inquilini che gli abitanti dei piani superiori avevano deliberatamente fatto cadere nei condotti dell'aria condizionata escrementi di cane. Attorno agli spiazzi aperti dell'area residenziale circolavano forti correnti d'aria, che tormentavano i piani bassi del condominio, vorticando attorno ai pilastri di cemento. Wilder aprì le finestre sperando in un po' d'aria fresca, ma l'appartamento si riempì in breve tempo di terra e polvere di cemento. Una pellicola fine come cenere già ricopriva i piani degli armadi e gli scaffali. Nel tardo pomeriggio gli inquilini cominciarono a tornare a casa dall'ufficio. Dagli ascensori superaffollati veniva un gran rumore. Ora ce n'erano tre fuori servizio, e i rimanenti erano stipati di passeggeri esasperati che cercavano di raggiungere i loro piani. Dalla porta aperta del suo appartamento Wilder guardava i vicini spintonarsi con fare aggressivo come minatori arrabbiati all'uscita dei loro pozzi. Gli passavano davanti a grandi passi, brandendo nervosamente le ventiquattrore e le borsette come accessori di un'armatura. D'impulso, Wilder decise di verificare il suo diritto di libero passaggio per l'edificio e il diritto d'accesso a tutti i servizi, in particolare alla piscina del trentacinquesimo piano e al giardino delle sculture per bambini sulla terrazza panoramica. Afferrò la macchina da presa e partì per il tetto, accompagnato dal figlio maggiore. Scoprì ben presto, però, che gli ascensori ad alta velocità erano o fuori servizio, o in riparazione, o trattenuti agli ultimi piani con le porte forzatamente aperte. L'unico accesso a quegli ascensori era l'ingresso riservato dall'esterno, di cui Wilder non aveva la chiave. Ancor più deciso a raggiungere il tetto, Wilder attese uno degli ascensori intermedi, che lo avrebbe portato fino al trentacinquesimo piano. Quando ne arrivò uno si ricavò un suo spazio nella cabina affollata, circondato da passeggeri che squadravano suo figlio di sei anni con aperta ostilità. Al ventitreesimo piano l'ascensore si fermò e non ci fu verso di farlo proseguire oltre. Con un'azione da mischia rugbistica i passeggeri guadagnarono l'uscita, battendo ripetutamente le cartelle sulle porte chiuse degli ascensori, in quella che sembrava una rituale ostentazione di collera. Wilder prese a salire le scale, portando in braccio il figlioletto. Con il suo fisico possente, era abbastanza forte da arrivare fino al tetto. Due piani sopra, però, la tromba delle scale era bloccata da un gruppo di abitanti del luogo - c'era anche quel disgustoso chirurgo ortodonzista che abitava vicino a Robert Laing - i quali cercavano di liberare uno scivolo per lo smaltimento dei rifiuti. Sospettando che lavorassero a manomettere i tubi dell'aria condizionata, Wilder si precipitò in mezzo a loro, ma fu bruscamente spintonato da parte con una spallata da un tale che riconobbe subito, era il conduttore del notiziario di una televisione rivale. "Questa scala è chiusa, Wilder! Non riesci a capirlo ?" "Cosa ?" Wilder era sbalordito da tanta impudenza. "Come puoi dirlo ?" "Chiusa ! Che cosa ci fai quassù, in ogni caso ?" I due uomini si squadrarono. Divertito dall'aggressività del giornalista televisivo, Wilder alzò la camera, come per filmare quella faccia colorita. Quando Crosland gli intimò a gesti, con arroganza, di andarsene, Wilder fu tentato di stenderlo. Ma non volendo turbare il figlio, che era già abbastanza spaventato da quell'atmosfera così tesa, si ritirò fino all'ascensore e tornò ai piani bassi. Lo scontro, per quanto modesto, aveva sconvolto Wilder. Ignorando Helen, vagava per l'appartamento, dondolando la telecamera avanti e indietro. Si sentiva confuso ed eccitato, in parte a causa del progettato documentario, ma anche per il clima di crescente conflittualità e ostilità. Dal balcone studiò le imponenti sagome alla Alcatraz dei grattacieli vicini. Il materiale visuale e sociologico che si poteva tirar fuori da quegli edifici era praticamente illimitato. Gli esterni li avrebbero girati dall'elicottero e dalla costruzione più vicina, a quattrocento iarde da lì. Con gli occhi della mente già vedeva un lungo zoom, sessanta secondi, che passava piano dall'inquadratura dell'edificio al close-up di un singolo appartamento, una cella di quel termitaio da incubo. La prima metà della trasmissione avrebbe esaminato la vita nel grattacielo dal punto di vista degli errori nella progettazione e dei motivi di irritazione più banali, mentre il resto avrebbe puntato lo sguardo sui risvolti psicologici della vita in una comunità di duemila persone inscatolate nel cielo. Tutto: dall'incidenza di reati, divorzi e deviazioni sessuali fino ai cicli di permanenza degli inquilini, le loro condizioni di salute, la frequenza dell'insonnia e di altri disturbi psicosomatici. Le prove accumulate in vari decenni gettavano una luce critica sul grattacielo come struttura sociale attuabile, ma da un lato il buon rapporto qualità-prezzo per l'edilizia pubblica, dall'altro gli alti margini di profitto per l'edilizia privata facevano sì che si continuassero a spingere nel cielo queste città verticali, contro le reali esigenze di chi poi le abitava. La psicologia del grattacielo era ormai stata svelata, con risultati schiaccianti. Ciò che, per esempio, aveva più colpito Wilder, che lo considerava in assoluto l'argomento più significativo, era l'assenza di umorismo. Tutti gli studi effettuati dai ricercatori confermavano che gli inquilini dei grattacieli non facevano battute su se stessi. In senso stretto, la vita in quei luoghi era "priva di eventi". Sulla base della sua propria esperienza, Wilder si era convinto che l'appartamento in un grattacielo era una conchiglia troppo rigida per rappresentare il genere di casa che incoraggia le attività, una casa diversa dal semplice posto dove si mangia e si dorme. Vivere in un grattacielo richiedeva un tipo particolare di comportamento: acquiscente, controllato, forse anche un po' folle. Qui uno psicotico starebbe benissimo, rifletteva Wilder. Quelle strutture a torre e a lastrone avevano subito la piaga del vandalismo fin dall'inizio. Ogni pezzo di apparecchio telefonico strappato, ogni maniglia divelta da una porta antincendio, ogni contatore elettrico sfondato a calci rappresentava un appello contro la decerebrazione. Ma quello che più faceva arrabbiare Wilder, della vita nel suo condominio, era il modo in cui un insieme apparentemente omogeneo di professionisti ad alto reddito si era strutturato in tre campi distinti e ostili. Le vecchie suddivisioni sociali, basate su potere, capitale ed egoismo, si erano riaffermate anche lì come in qualsiasi altro posto. Di fatto, il grattacielo si era già diviso nei tre gruppi sociali classici, la classe inferiore, la classe media, la classe superiore. Il centro commerciale del decimo piano costituiva un chiaro confine fra i nove piani più bassi, con il loro "proletariato" di tecnici cinematografici, hostess e gente simile, e il settore mediano del grattacielo, che andava dal decimo piano alla piscina e alla terrazza-ristorante del trentacinquesimo. I due terzi centrali del condominio formavano la sua borghesia, costituita da membri delle professioni, egocentrici ma sostanzialmente docili: medici e avvocati, contabili e fiscalisti che lavoravano non per conto proprio ma per istituzioni sanitarie e grandi società. Puritani in grado di disciplinarsi da sé, avevano l'alto grado di coesione di coloro che desiderano ardentemente piazzarsi secondi. Sopra di loro, ai cinque ultimi piani del grattacielo, c'era la classe superiore, la prudente oligarchia di piccoli magnati e imprenditori, attrici televisive e accademici arrivisti, con i loro ascensori ad alta velocità e servizi di qualità superiore, con la passatoia sulle scale. Erano loro che stabilivano il ritmo dell'edificio. Erano i loro reclami a venir accolti per primi ed erano sempre loro che, sottilmente, dominavano la vita del grattacielo: stabilivano quando i bambini potevano usare le piscine e il giardino pensile, fissavano il menu del ristorante e i conti salati che tenevano lontani quasi tutti tranne loro. Ma, soprattutto, erano loro a gestire il delicato rapporto di patronato che teneva in riga il livello medio, con la carota perennemente penzolante dell'amicizia e dell'approvazione. Il pensiero di quei residenti tanto esclusivi, che stavano così in alto sopra di lui nelle loro ridotte degli ultimi piani, come ogni buon signore feudale sta sopra il servo della gleba, riempiva Wilder di un crescente sentimento di insofferenza e rancore. Comunque, sarebbe stato arduo organizzare un qualsiasi genere di contrattacco. Non avrebbe avuto difficoltà ad assumere il ruolo di capopopolo e divenire il portavoce dei suoi vicini dei piani bassi, ma quella era gente che mancava di ogni coesione o egocentrismo: i disciplinati professionisti del settore centrale del condominio li avrebbero battuti senza fatica. C'era, nei suoi compagni di piano, una latente faciloneria, l'inclinazione a tollerare un'eccessiva quantità di interferenze prima di radunarsi, semplicemente, e partire. In breve, il loro istinto territoriale, in senso psicologico e sociale, si era atrofizzato al punto che erano ormai maturi per l'assoggettamento. Per chiamare a raccolta i suoi vicini, Wilder aveva bisogno di qualcosa che desse loro un forte sentimento d'identità. Il documentario televisivo sarebbe stato perfetto e, per di più, avrebbe parlato loro in termini che erano in grado di comprendere. Il documentario avrebbe messo in scena tutti i loro risentimenti e avrebbe mostrato in che modo gli inquilini dei piani superiori facevano cattivo uso dei servizi. Forse sarebbe stato necessario addirittura fomentare nascostamente i disordini, per amplificare le tensioni presenti nel grattacielo. In ogni caso, come Wilder avrebbe scoperto in breve tempo, la forma del suo documentario stava già per essere decisa.



lunedì 24 marzo 2008


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25.05.02

teoria in pillole, da un’idea del prof. Roberto Masiero

James Graham Ballard: si tratta di uno scrittore inglese contemporaneo che, nel corso degli ultimi 30 anni ha infilato uno dopo l’altro, in una serie di libri ormai conosciuti, ma soprattutto ri-conosciuti da parte della critica, una lunga serie di inquietudini che trapassano la normale vita quotidiana.
La mostra della atrocità (1970)

Crash (1973)

L’isola di cemento (1974)

Condominium (1975)

Un gioco da bambini (1988)

Il paradiso del diavolo (1995)
Cocaine nights (1996)


Sicuramente conosciuto da tutti sarà Crash, anche in considerazione del fatto che nel 1996 David Cronenberg ne ha tratto un film: la constatazione dello spostamento estremo del limite oltre il quale viene percepito il lecito costituisce il filo conduttore del film. Ma anche in tutti gli altri romanzi Ballard esplora, descrive, e mette in mostra gli stridori e le idiosincrasie della società contemporanea europea.

ja

Cocaine Nights, di J. G Ballard (Baldini & Castoldi, 1997; ed. originale 1996).
Il rogo di una lussuosa villa sulla spagnola Costa del Sol, un assassino che confessa con sospetta facilità, cinque vittime troppo arrendevoli. Cocaine nights inizia come un classico mystery, ma è solo un trompe l’oeil. Presto infatti, la posta in gioco diventa molto alta. Gli assolati villaggi residenziali dove il tempo sembra essere abolito, e l’unico rumore quello dei lanciapalle che impegnano giocatori solitari nei campi di tennis, celano infatti un lato oscuro. Droga, film porno fatti in casa, atti di vandalismo e omicidi rituali fanno parte di un inimmaginabile complotto che, contro le apparenze, non tende a minare le basi del cosiddetto vivere civile: casomai, si tratta dell’esatto contrario. Maestro dell’ambiguità, creatore di utopie negative che si sovrappongono in modo inquietante al nostro presente, J. G. Ballard ha trovato l’anello di congiunzione tra giallo e conte philosophique, saggio di antropologia e manuale di guerriglia. E con un aplomb da gentleman britannico, con un controllo dello stile e una capacità di rinnovarsi che gli invidia la maggior parte degli scrittori contemporanei, riesce a dimostrare che la letteratura, ancora oggi, può essere un’arte socialmente pericolosa.
























capitolo 19
Il complesso di Costasol
(pagg. 204-214)


Silenzio bianco. Mentre procedevamo lungo la costa, un paio di chilometri a ovest di Estrella de Mar, in mezzo ai pini di Aleppo che si levavano sulla spiaggia deserta cominciarono ad apparire le ville più esterne della Residencia Costasol. Gli appartamenti e le case erano disposti a vari livelli, formando una cascata di patio, terrazze, piscine. Avevo già visto i pueblos per turisti a Calahonda e a Torrenueva, ma il complesso di Costasol era molto più grande dei suoi omologhi lungo la costa. Eppure non si vedeva neppure un abitante. Nessuna finestra si apriva a catturare il sole, e tutto l’insediamento avrebbe potuto essere vuoto, in attesa che i primi proprietari si facessero vivi e ritirassero le chiavi.

Crawford indicò il muro di cinta merlato. «Guardala, Charles... è una cittadella medievale fortificata. E' lo spazio fortificato di Goldfinger portato a un’intensità quasi planetaria... sorveglianti, telecamere a circuito chiuso, nessuna possibilità di entrare se non per il cancello principale: è un complesso interamente chiuso agli esterni. E' triste, ma stiamo guardando il futuro.»

«Qui la gente è sempre via ? Saranno tutti giù alla spiaggia.»

«No, questa è la cosa più strana. Il mare è appena duecento metri più in là, eppure nessuna delle ville dà sulla spiaggia. Lo spazio è completamente rivolto all'interno...»

Crawford lasciò la strada costiera e scese in folle verso l'ingresso. Davanti ai cancelli moreschi e al posto di guardia si stendevano dei giardini grandi come un piccolo parco. Aiuole di piante tropicali circondavano una fontana ornamentale, a cui si accedeva da sentierini ghiaiosi che nessun piede aveva calpestato dopo il giorno dell'inaugurazione. Sotto un'insegna illuminata che proclamava "Residencia Costasol: investimento, libertà, sicurezza" c'era una mappa dell'intero complesso, un labirinto di viali tortuosi e di strade senza sbocco che emergendo dalle loro fortificazioni andavano a riunirsi alle grandi arterie centrali, di stile quasi imperiale, che si irradiavano dal centro della residenza.
«La mappa non è affatto per i visitatori.» Crawford si fermò davanti al posto di guardia e salutò gli uomini della sicurezza che lo guardavano dalla finestra. «L'hanno messa per aiutare gli abitanti a ritrovare la strada di casa. A volte qualcuno fa l'errore di lasciare il posto per un'ora o due.»
«Andranno bene a far la spesa. Estrella de Mar è solo a due chilometri.»

«Eppure ben pochi vengono a vedere la città. Per quanto li riguarda, potrebbero abitare in un atollo delle Maldive o nella San Fernando Valley.» Crawford si portò fino alla barriera di sicurezza. Estrasse dal taschino una smart card con il logo Costasol e la introdusse nella fessura. Alla guardia disse: «Staremo qui un'oretta. Lavoriamo per la signora Shand. Il signor Prentice è il nostro nuovo responsabile dei divertimenti.» «Elizabeth Shand ?» ripetei mentre la sbarra ricadeva alle nostre spalle e noi entravamo nel complesso. «Non dirmi che questo posto è suo. E comunque, chi dovrei divertire, e come ?»
«Stai calmo, Charles. Volevo solo impressionare la guardia. L'idea che qualcuno ci faccia divertire getta sempre la gente nel terrore. Betty compre e vende proprietà un po' dovunque. In effetti sta pensando di trasferirsi qui. Qualche villa è ancora invenduta, e ci sono anche degli spazi liberi nel centro commerciale. Se qualcuno riuscisse a rivitalizzare il posto ci sarebbe da fare una fortuna: qui la gente è agiata.»

«Lo vedo.» Indicai le macchine parcheggiate nei viali. «Ci sono più Mercedes e BMW per metro quadrato qui che a Dusseldorf o a Bel Air. Chi ha costruito il tutto ?»
«L'operatore più importante era un consorzio olandese-tedesco, con una ditta di consulenza svizzera che si occupava del...»

«Dell'aspetto sistemi umani ?»
Crawford mi batté la mano sul ginocchio, ridendo soddisfatto. «Hai già imparato il gergo, Charles. Lo so, sarai felice qui.»
«Dio me ne scampi... ho l'impressione che la felicità costituisca un'infrazione ai regolamenti, qui.»
Percorremmo il vialone che tagliava il complesso da nord a sud, diretto verso il cuore della residenza, una strada a doppia carreggiata costeggiata da late palme i cui ciuffi ombreggiavano i sentieri deserti. Gli innaffiatori facevano girare nell'aria profumata i loro arcobaleni, irrigando l’erba grassa e riccia della grande aiuola centrale. In mezzo ai loro giardini cinti di mura, le grandi ville erano allineate, i balconi protetti dalle tende profonde. Solo le telecamere di sorveglianza si muovevano per seguire il nostro cammino. La corteccia polverosa delle palme, a pelle d’elefante, tremolava sotto il riflesso delle piscine, ma non c'erano rumori, né di bimbi che giocavano né di altro genere, che disturbassero la calma quasi immacolata del posto.
«Tante piscine», commentai, «e nessuno che nuota...»

«Sono superfici zen, Charles. Perforarle porta male. Queste sono state le prime case costruite qui, circa cinque anni fa. Gli ultimi lotto sono stati completati la settimana scorsa. Non sembra, ma la Residencia Costasol è un posto di successo.»
«Quasi tutti inglesi ?»

«Con qualche olandese e qualche francese: lo stesso mix che c'è a Estrella de Mar. Ma è un mondo completamente diverso. Estrella de Mar è stata costruita negli anni Settanta, e quindi accesso libero, festival di strada, turisti benvenuti. La Residencia Costasol è tipicamente anni Novanta. Regole di sicurezza. Tutto è stato progettato all'insegna dell'ossessione per il crimine.»

«Devo supporre che non ce ne sia traccia ?»
«Nessuna. Assolutamente nulla. Mai un pensiero illecito disturba la pace. Niente turisti, niente campeggiatori o venditori ambulanti, e visitatori molto pochi: la gente qui ha imparato che è un bell'aiuto poter fare a meno degli amici. Siamo sinceri, gli amici possono essere un problema: bisogna aprire cancelli e portoni, disattivare sistemi di allarme, e c'è qualcun altro che respira la tua aria. E poi, gli amici portano dentro ricordi spiacevoli del mondo esterno. La Residencia Costasol non è l’unica. Ci sono enclave fortificate come questa un po' per tutto il pianeta. E qui sulla costa spuntano come funghi, da Calahonda a Marbella e oltre.»

Un'auto ci sorpassò, e la donna che la guidava svoltò in una strada alberata di ville un po' più piccole. Guardandola, capii che era la prima abitante che vedevo.

«E che cosa fa qui la gente tutto il giorno ? O la notte ?»
«Non fanno niente. E' quello per cui è stata concepita la Residencia Costasol.»
«Ma dove sono ? Finora abbiamo visto solo una macchina.»
«Ci sono, Charles, ci sono. Stanno sulle loro sedie a sdraio aspettando che arrivi Paula Hamilton con una nuova ricetta. Quando pensi al complesso di Costasol pensa alla bella addormentata...»
Lasciammo il vialone e ci addentrammo in una delle dozzine di strade residenziali. Dietro ai cancelli di ferro battuto stavano villette graziose, con le loro spianate che portavano alle piscine, pozze ovali azzurre di acqua immobile. Alla fine dei viali d'accesso si intravedevano case a tre piani, davanti alle quali stazionavano al sole le auto, ruminanti di metallo sonnecchianti. Ovunque antenne paraboliche puntavano verso il cielo come ciotole di mendicanti.
«Ci devono essere centinaia di antenne», osservai. «Per lo meno non hanno dato via la televisione.» «Stanno ascoltando il sole, Charles. Aspettando un nuovo genere di luce.» La strada si arrampicava adesso su per i fianchi di una collinetta verde. Oltrepassammo una proprietà di case a terrazza e raggiungemmo la piazza centrale del complesso. Parcheggi d'auto circondavano un centro commerciale con negozi e ristoranti, e io indicai sorpreso i primi pedoni che vedevamo, occupati a scaricare carrelli da supermercato nei bagagliai delle loro auto. A sud della piazza si stendeva un porticciolo pieno di yacht e di motobarche, ormeggiate insieme come una flotta di palline antitarme. Un canale di accesso portava al mare aperto, passando sotto a un ponte strallato sul quale correva la strada costiera. Il porticciolo e il suo spiazzo per le barche era dominato dalla sede del club., una bella palazzina la cui terrazza era però deserta, con le tende che sbattevano al vento sopra i tavoli deserti. Altrettanto poco frequentato era il vicino club sportivo, coi suoi campi da tennis polverosi sotto il sole, la piscina svuotata e dimenticata.
All'ingresso del centro commerciale c'era un supermercato, e accanto a esso un salone di bellezza, con le porte e le finestre chiuse. Crawford parcheggiò vicino a un negozio di articoli sportivi pieno di cyclette, di attrezzi a contrappeso, di apparecchi computerizzati per il controllo del cuore e della respirazione, disposti in modo invitante per quanto severo.

«Cling, clang...» mormorai. «Sembra un gruppo di famiglia di robot.»

«O una camera di tortura ad accesso facilitato.» Crawford scese dall'auto. «Facciamo una passeggiata, Charles. Devi sperimentare il posto di persona...»
Inforcò gli occhiali da aviatore e girò l’occhio tutto intorno al parcheggio, contando le telecamere di controllo come se stesse calcolando la via di fuga migliore. Il silenzio della Residencia Costasol sembrava già ovattare i suoi riflessi, così Crawford, per reazione, cominciò a simulare diritti e drive, con i piedi che scattavano come se aspettasse di rispondere a un servizio immaginario.

«Per di qua... se non mi sbaglio, là ci sono segni di vita...» Mi invitò a seguirlo nel negozio di liquori accanto al supermarket, dove una dozzina di clienti vagavano nell’ambiente ad aria condizionata e le ragazze spagnole alle casse sedevano come regine abbandonate. Gli scaffali di vini e liquori alti fino al soffitto, nella loro smisuratezza, ricordavano quasi una cattedrale, e negli abitanti e nelle loro mogli sembrava balenare un primitivo accenno di attività corticale mentre scorrevano prezzi e annate.
«Il cuore culturale della Residencia Costasol», mi informò Crawford. «Almeno hanno ancora l’energia per bere... il riflesso del gomito dev’essere l’ultimo a scomparire.»
Fissò i corridoi silenziosi, come a lanciare una sfida a quel mondo in cui nulla accadeva. Lasciammo il negozio di liquori e ci fermammo a guardare un ristorante tailandese, i cui tavoli vuoti si sottraevano a poco a poco alla vista, confusi in un mondo di tappezzeria a rilievo e di elefanti dorati. Accanto a esso c’era un negozio non affittato, un antro di cemento che sembrava un segmento spaziotemporale abbandonato. Crawford si fece strada in mezzo ai pacchetti di sigarette vuoti e ai vecchi biglietti della lotteria sparsi per il pavimento, e lesse un annuncio ormai sbiadito di un ballo per cinquantenni al centro sociale Costasol.
Senza aspettarmi, attraversò il negozio vuoto e per il parcheggio si diresse verso le ville a terrazze che costeggiavano il lato occidentale della piazza. Giardinetti ghiaiosi pieni di cactus e di altre pallide piante grasse portavano le terrazze in ombra, dove i mobili da spiaggia sembravano attendere, come armature, gli esseri umani che a sera le avrebbero occupate.

«Charles, con discrezione, ma guarda dentro. Vedrai con che cosa abbiamo a che fare...»
Schermandomi gli occhi dal sole, guardai dentro una delle sale in ombra. Sotto la tenda di dispiegava la replica tridimensionale di un quadro di Edward Hopper. Gli abitanti, due uomini di mezza età e una donna sulla trentina, sedevano nella stanza silenziosa, con le facce illuminate dalla luce tremolante di una televisione. Non c’era espressione nei loro occhi, come se le vaghe ombre sulla tela che ricopriva le pareti avessero da tempo e con successo, sostituito i loro pensieri.
«Stanno guardando la televisione escludendo il suono», dissi a Crawford mentre percorrevamo la terrazza, passando davanti a diversi gruppi come quello, tutti isolati nelle loro capsule. «Che cosa gli è successo ? Sono come una razza aliena di un pianeta oscuro, che non riesce a sopportare la nostra luce.»
«Sono profughi del tempo, Charles. Guardati intorno: non si vede in giro un orologio, e anche al polso la gente ne porta pochissimi.»

«Profughi ? E’ vero, in qualche modo questo posto mi ricorda il terzo mondo. E’ come una favela di Rio, o una bidonville algerina, solo molto più di lusso.»

«E’ il quarto mondo, Charles. Quello che aspetta di rilevare tutta la baracca.»

Tornammo alla Porsche e girammo attorno alla piazza. Guardai le ville e gli appartamenti sperando invano di sentire una voce umana che si levava, uno stereo troppo alto, il rimbalzo di un trampolino, e compresi che eravamo testimoni di un’intensa migrazione verso l’interno. Gli abitanti del complesso di Costasol, come quelli degli altri pueblos residenziali lungo la costa, si erano ritirati nelle loro sale in ombra, nei loro bunker con feritoie, e ormai, del mondo esterno, necessitavano solo di quella parte che le antenne dei satelliti distillavano per loro. Deserti sotto il sole, i club sportivi, i centri sociali, e tutte le altre amene strutture progettate dai consulenti svizzeri assomigliavano al set di una produzione cinematografica abbandonata.

«Crawford, è tempo di andarcene... torniamo a Estrella de Mar...»

«Hai visto abbastanza ?»

«Ho voglia di sentire il rumore di quel tuo lanciapalle, e le risate delle donne alticce. Voglio sentire al signora Shand che fa una sfuriata ai camerieri del Club nautico... Se lei investe qui perderà tutto fino all’ultimo centesimo.»

«Può essere. Ma prima di andare diamo un’occhiata allo sport club. E’ mezzo abbandonato, ma ha ancora delle possibilità.»
Oltrepassammo il porticciolo e svoltammo nello spiazzo antistante lo sport club. All’ingresso era parcheggiata una macchina, ma nell’edificio vuoto sembrava che non ci fosse nessuno. Scendemmo dalla Porsche e passammo accanto alla piscina vuota, guardando il pavimento in pendenza che esponeva al sole le piastrelle polverose. Attorno alla bocca di scarico c’era una raccolta di fermagli per capelli e di bottiglie di vino che sembrava aspettare io ritorno dell’acqua per scorrere via.
Crawford sedette su una sedia del bar all’aperto, e mi guardò provare l’elasticità del trampolino. Cordiale e disponibile, mi guardava in un modo generoso ma astuto, come un giovane ufficiale che stia per affidare una missione delicata a una recluta goffa. «Allora, Charles...» disse quando lo raggiunsi al bar. «Mi fa piacere che tu sia venuto a fare questo giro. Hai appena visto il video promozionale che viene mostrato a tutti i futuri proprietari della Residencia Costasol. Ti ha impressionato ?»
«Senza dubbio. E’ molto, molto strano. Comunque, sono convinto che la maggior parte dei visitatori, andando in giro, non noterebbe nulla di sconvolgente. A parte questa piscina e quei negozi vuoti, tutto è tenuto estremamente bene, la sicurezza è eccellente e non c’è traccia di graffiti da nessuna parte: per la maggior parte della gente questa oggi è l’idea del paradiso. Ma che cosa è successo, che cosa ha prodotto questo risultato ?»

«Non è successo proprio nulla.» Crawford si sporse avanti sulla sedia, parlando con voce tranquilla, come se non volesse disturbare il silenzio. «Duemila e cinquecento persone, si sono trasferite qui, per la maggior parte benestanti, e con tutto il tempo a loro disposizione per fare le cose che avevano sempre sognato di fare a Londra, a Manchester, a Edimburgo. Tempo per il bridge e per il tennis, per i corsi di cucina e di ikebana. Tempo per qualche storia e per fare casino in barca., per imparare lo spagnolo e per giocare alla borsa di Tokyo. Vendono e comprano la casa dei loro sogni, trasferendo tutto giù nella Costa del Sol. E poi che cosa accade ? Il sogno si spegne. Perché ?»
«Sono troppo vecchi ? O troppo pigri per darsi da fare ? Forse il far niente è sempre stata la loro aspirazione segreta.»
«Ma non è questo quello che volevano. Appezzamento per appezzamento, villa per villa, la Residencia Costasol è molto più cara di tutte le sue analoghe a Calahonda e a Los Monteros. Loro pagano un extra molto consistente per avere tutte queste attrezzature sportive e questi club per il tempo libero. E poi la gente qui non è così vecchia. Questo non è un quartiere geriatrico. La maggior parte di loro non è molto oltre i cinquanta: sono andati in pensione prima, hanno realizzato le loro azioni o venduto le compartecipazioni, hanno ricavato il massimo che potevano. Il complesso di Costasol non è Sunset City in Arizona.»
«Ci sono stato. Effettivamente è un posto vivace. Quei settantenni sono proprio esuberanti.»
«Esuberanti...» Pensoso, Crawford si prese la testa tra le mani fissando le ville silenziose tutte intorno alla piazza, coi loro balconi in ombra, in attesa che non succedesse nulla. Ero tentato di fare un’altra osservazione pungente, ma vedevo che il mio compagno provava un interesse acuto, quasi impaziente, per gli abitanti della Residencia. Mi ricordava un giovane commissario dell’epoca dell’Impero di fronte a una tribù ricca ma indolente, che contro ogni previsione si rifiutava di lasciare le sue capanne. Dalla benda sul braccio era affiorato un po’ di sangue che gli aveva macchiato la manica della camicia, ma evidentemente lui non aveva alcun interesse verso di sé, divorato da un fervore che sembrava del tutto fuori posto in questa terra di idromassaggi e di piscine.
«Crawford...» Tentando di rassicurarlo, dissi: «Che cosa importa ? Se vogliono buttare via la loro vita sonnecchiando con io suono abbassato, lasciali...»

«No...» Crawford si fermò, poi mi prese la mano. «Importa, importa. Hai visto il futuro, e hai visto che così non funziona. Le Costasol di tutto il pianeta si stanno moltiplicando. Le ho viste in Florida e nel New Mexico. Dovresti vedere il complesso Fontainebleau Sud, fuori Parigi: è una replica di questo posto, ma grande dieci volte tanto. La Residencia Costasol non è stata messa insieme a casaccio da un costruttore insonnolito: è stata progettata accuratamente per dare la possibilità alla gente di una vita migliore. E che cosa hanno ottenuto ? Morte cerebrale...»

«Non morte cerebrale, Bobby. Questo è il modo di parlare di Paula. La Costa del Sol è il più lungo pomeriggio del mondo, e hanno deciso di trascorrerlo dormendo.»
«Hai ragione.» Crawford parlava calmo, come se accettasse la mai conclusione. Si tolse gli occhiali da aviatore e fissò al luce abbagliante riflessa dalle piastrelle della piscina.
«Ma io ho intenzione di svegliarli. Questo è il mio lavoro, Charles... non so perché sono stato scelto, ci sono capitato forse per caso, ma io devo salvare la gente e riportarla vivere. Ho provato a farlo a Estrella de Mar e ha funzionato.»

«Forse. Non ne sono sicuro. Ma qui non funzionerà. Estrella de Mar è un posto reale. Esisteva prima che arrivaste tu e Betty Shand.»

«Anche la Residencia Costasol è reale. Troppo reale.»

Crawford si rifugiava nella recitazione del suo ambiguo credo, ripetendo un’argomentazione che aveva provato, così supponevo, innumerevoli volte: un amalgama di best-seller allarmisti, di pillole di pensiero dell’ “Economist” e di intuizioni ossessive elaborate da lui, che aveva combinato insieme sul balcone spazzato dal vento di casa sua. «Il paesaggio urbano sta cambiando. Il progetto di una città aperta appartiene al passato: niente più ramblas, niente più isole pedonali, niente più rive sinistre e quartieri latini. Stiamo entrando nell’era delle griglie di sicurezza e degli spazi difendibili. E sono le telecamere di sorveglianza a organizzare le nostre vite. La gente chiude le porte e spegne il proprio sistema nervoso. Io posso liberarlo, Charles. Col tuo aiuto. Qui può ricominciare tutto, qui alla Residencia Costasol.»

«Bobby...» Lo guardai negli occhi azzurri come il mare, occhi ipnotici, fissi su di me con uno strano miscuglio di minaccia e di speranza. «Non c’è niente che io possa fare. Io sono venuto qua per aiutare Frank.»

«Lo so, e lo hai aiutato, davvero. Ma adesso aiuta me, Charles. Ho bisogno di qualcuno che mi tenga la postazione, tenga d’occhio il terreno e mi avvisi se mi spingo troppo lontano: era il ruolo di Frank al Club Nautico.»
«Guarda... Bobby, non posso...»
«Ma tu puoi !» Crawford mi afferrò per i polsi e mi attirò verso di sé sul tavolo. Dietro la sua preghiera c’era uno strano fervore missionario che sembrava occupargli la mente come le visioni malariche di quel giovane ufficiale a cui somigliava, mentre cercava l’aiuto di un viaggiatore di passaggio. «Può darsi che non ce la facciamo, ma vale di pena di tentare. La Residencia Costasol è una prigione, proprio come il carcere di Zarzuella. Stiamo costruendo prigioni in tutto il mondo e le chiamiamo condomini di lusso. E la cosa terribile è che le chiavi sono tutte all’interno. Io posso aiutare la gente a spezzare le serrature e a uscire di nuovo all’aria aperta. Pensaci, Charles... se funziona potrai scriverci un libro, un avvertimento per il resto del mondo.»

«Il tipo di avvertimento che nessuno vuol sentire. Che cosa vuoi che faccia ?»

«Dai un’occhiata a questo club. Betty Shand ha rilevato il contratto d’affitto: riapriamo fra tre settimane. Abbiamo bisogno di qualcuno che gestisca il posto per conto nostro.»
«Sono la persona sbagliata. Vi ci vuole un manager con dell’esperienza. Non sono capace di assumere e licenziare il personale, né di tenere i conti o di gestire un ristorante.»

«Imparerai presto.» Convinto di avermi ormai reclutato, Crawford indicò il bar con un gesto di noncuranza. «E poi, ristorante non ce n’è, e del personale si incaricherà Betty. Per i conti non preoccuparti, ché David Hennessy controlla tutto lui. Vieni con noi, Charles. Una volta che avremo avviato il circolo del tennis tutto il resto verrà da solo. La Residencia Costasol ritornerà a vivere.»
«Con qualche partita di tennis ? Potresti organizzare Wimbledon qui e nessuno se ne accorgerebbe.»
«Se ne accorgeranno, Charles. Naturalmente non ci sarà solo il tennis. Quando hanno messo su il complesso di Costasol c’era un ingrediente che mancava.»
«Che cosa, il lavoro ?»

«Non il lavoro, Charles. No.»

Mi fermai mentre lui fissava le ville silenziose attorno alla piazza e le telecamere montate sui lampioni mentre seguivano le auto che abbandonavano il centro commerciale. Il suo viso aperto ed entusiasta era segnato da una determinazione che doveva aver affascinato anche Frank. Quel modesto club sportivo, con i suoi cortili trasandati e la piscina vuota, era solo una pallida imitazione del Club Nautico, ma fingendo di dirigerlo sarei stato più vicino a Crawford e a Betty Shand e avrei potuto almeno incamminarmi sul sentiero che aveva portato all’incendio della casa degli Hollinger e all’assurda confessione di Frank.
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sabato 22 marzo 2008


qb
8

12.05.02
teoria in pillole, da un’idea del prof. Roberto Masiero

Un architetto dovrebbe anche saper scrivere, meglio di quanto non possa fare il correttore automatico di word. In caso di necessità, possiamo fare riferimento a questi brevi appunti.
ja




















01.
1. Evita le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare... indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è "fine".
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: "Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu."
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s'intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. La litote [non] è la più straordinaria delle tecniche espressive.
17. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
18. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
19. Metti, le virgole, al posto giusto.
20. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non è facile.
21. Se non trovi l'espressione italiana adatta non ricorrere mai all'espressione dialettale: peso el tacòn del buso.
22. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono "cantare": sono come un cigno che deraglia.
23. C'è davvero bisogno di domande retoriche?
24. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe - o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell'inquinamento dell'informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
25. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fà sbaglia.
26. Non si apostrofa un'articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
27. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
28. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
29. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche, e simili.
30. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l'autore del 5 maggio.
31. All'inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
32. Cura puntiliosamente l'ortograffia.
33. Inutile dirti quanto sono stucchevoli le preterizioni.
34. Non andare troppo sovente a capo. Almeno,
non
quando
non
serve.
35. Non usare mai il plurale majestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
36. Non confondere la causa con l'effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
37. Non costruire frasi in cui la conclusione non segua logicamente dalle premesse: se tutti facessero così, allora le premesse conseguirebbero dalle conclusioni.
38. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiano come altrettante epifanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva - ma peggio ancora sarebbe se risultassero eccepibili allo scrutinio di chi legga con acribia ecdotica - eccedano comunque le competente cognitive del destinatario.
39. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
40. Una frase compiuta deve avere.




venerdì 21 marzo 2008


qb
6
07.05.02

teoria in pillole da un’idea del prof. Roberto Masiero


L’utilità dei libri sta nel fatto che quello che vi si trova molto spesso può essere applicato anche i altri contesti. Frédéric Beigbeder, Lire 26.900, Feltrinelli, Milano, 2001, racconta, autobiograficamente, le vicende di un ex-pubblicitario, oltre che una ulteriore serie di misfatti del mondo della pubblicità; non è chiaro se ha smesso di essere pubblicitario prima o dopo la pubblicazione del libro. Comunque, ora non ne ha più bisogno.
Il ritmo, l’uso delle parole e la costruzione dei tempi rimanda molto a Houellebecq, che tra l’altro viene ringraziato, in nota finale.

In alcune cose è stereotipato: ogni parte è separata dall’altra da uno spot pubblicitario, la cui verosimiglianza diminuisce velocemente, raggiungendo vette surrealistiche.
In altri punti è invece molto divertente.
Nel titolo. Il titolo è il suo prezzo di vendita (tra parentesi, dal 1 gennaio 2002, il titolo non è più Lire 26.900 ma Euro 13,89).
Nella cannibalizzazione che fa di sé stesso e della sua (ex) professione.
Negli acidi commenti che fa delle persone che ruotano attorno a questo mondo.
ja




Ma la cosa che ci interessa di più sono:

01. I DIECI COMANDAMENTI DEL CREATIVO

1) Un buon creativo non si rivolge ai consumatori, ma alle venti persone che a Parigi potrebbero dargli lavoro (i direttori creativi delle venti migliori agenzie pubblicitarie). Di conseguenza, ottenere un premio a Cannes o all' Art Directors Club è ben più importante che far guadagnare fette di mercato al proprio cliente.

2) La prima idea è la migliore, ma bisogna sempre esigere tre settimane di tempo prima di presentarla.

3) La pubblicità è l'unico mestiere in cui si è pagati per fare peggio. Quando proponi un'idea geniale e il cliente vuole rovinartela, pensa intensamente al tuo stipendio, poi butta giù in trenta secondi una cagata sotto sua dettatura e aggiungi delle palme nello storyboard per andartene una settimana a girare il film a Miami o a Città del Capo.

4) Arrivare sempre in ritardo alle riunioni. Un creativo puntuale non è credibile. Entrando nella sala dove tutti lo aspettano da tre quarti d'ora, il creativo non deve assolutamente scusarsi, piuttosto dire: "Buongiorno, posso dedicarvi al massimo tre minuti" .Oppure citare questa frase di Roland Barthes: "Non è il sogno che fa vendere, è il senso". (Variante meno chic: citare "la bruttezza si vende male" di Raymond Loewy.) I clienti si convinceranno di aver speso bene i loro soldi. Non dimenticate mai che i clienti si rivolgono alle agenzie per che sono incapaci di produrre idee, che di questo soffrono e per questo ce l'hanno con noi. Ecco perché i creativi devono disprezzarli: i product manager sono masochisti e gelosi. Ci pagano per umiliarli.

5) Quando non si è preparato nulla, bisogna parlare per ultimi volgendo a proprio vantaggio quello che hanno detto gli altri. In qualsiasi riunione è sempre l'ultimo che ha parlato ad avere ragione. Non perdere mai di vista che lo scopo di una riunione è lasciare che gli altri si fottano.

6) La differenza tra un senior e un junior è che il senior è pagato meglio e lavora meno. Più sei pagato più ti danno ascolto, e meno parli. In questo mestiere, più sei importante e più ti conviene stare zitto, perché meno apri bocca e più passi per geniale. Corollario: per vendere un'idea al DC (direttore creativo), il creativo deve SISTEMATICAMENTE far credere al DC che è stato il DC stesso ad averla. Per questo deve introdurre i suoi interventi con frasi tipo: "Ho riflettuto a lungo su quello che mi hai detto ieri e. .." ; oppure: " Ho sviluppato la tua idea dell ' altro giorno e. .." o ancora " Sono tornato sulla tua pista iniziale e. .." , mentre, naturalmente, è ovvio che il DC non ha detto niente ieri, né ha avuto alcuna idea l'altro giorno e ancor meno ha aperto piste possibili.

6 bis) Altro modo di riconoscere un junior da un senior: il junior racconta barzellette divertenti che non fanno ridere nessuno, mentre il senior fa pessime battute alle quali tutti ridono.

7) Coltiva l'assenteismo, arriva in ufficio a mezzogiorno, non rispondere mai quando ti salutano, prenditi tre ore di pausa pranzo, non farti mai trovare alla tua scrivania. Alla minima osservazione, rispondi: "Un creativo non ha orari, solo ritardi".

8) Non chiedere mai a nessuno un parere su una campagna. Se chiedi il parere a qualcuno, rischi SEMPRE che te lo dia. E una volta che te l'ha dato, è IMPOSSIBILE non tenerne conto.

9) Ognuno fa il lavoro del suo superiore. Lo stagista fa il lavoro del copy che fa il lavoro del direttore creativo, che fa il lavoro del presidente. Più sei importante, meno sgobbi (vedi sesto comandamento). Jacques Séguéla ha campato vent' anni su LA FORZA TRANQUILLA, una formula di Léon Blum ripresa da due creativi della sua agenzia finiti nel dimenticatoio. Philippe Michel è noto al grande pubblico per i manifesti DOMANI TOLGO IL PEZZO DI SOPRA, DOMANI TOLGO IL PEZZO DI SOTTO, un'idea del suo impiegato Pierre Berville. APPIOPPA tutto il tuo lavoro a uno stagista: se ti piace, te ne attribuirai il merito; se non funziona, sarà lui a essere licenziato. Gli stagisti sono i nuovi schiavi: non remunerati, passibili di ogni sopruso, licenziabili dall'oggi al domani, portatori di caffè, fotocopiatori a due zampe, usa e getta come i rasoi Bic.

10) Quando un collega creativo ti sottopone un buon annuncio, non mostrare assolutamente ammirazione per la sua trovata. Digli che è una merda, che è invendibile, che è roba vecchia, vista e stravista, o scopiazzata da una campagna inglese. Quando ti porta un annuncio che fa cagare, digli “ottima idea” e fingiti molto invidioso.
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